Short Cuts altro non è che il titolo originale di un film del ’93 di Altman, disgraziatamente tradotto in “America oggi”.
I più attenti sapranno che Altman attinse a piene mani da uno scrittore della corrente “minimalista americana”, tale Raymond Carver.
Short cuts come racconto breve.
Short cuts come piccole ferite.
Che relazione vi sia con quello sopra detto è solo mia responsabilità, perché in Italia a mio avviso non esiste il minimalismo letterario, e io mi sento di inaugurarlo con Paolo Pappatà, giovane scrittore romano al suo esordio sulla pagina stampata ma non nuovo a una non certo esigua platea di lettori. Su questo sito, e spero di non tradire un segreto, Paolo è Baol70. Minimalismo perché Sconclusioni (Insofferenze di inizio secolo) non ha il machismo ipertrofico narrativo che invade i miei scaffali dell’ultimo anno ma tratteggia personaggi piccoli e comuni, vite comunissime, tanto intime da essere le nostre vite. Vite con piccolissime ferite, short cuts.
E le piccolissime ferite, si sa, non uccidono; anzi a ben pensarci vibrano come un riff di chitarra, come un lunghissimo intro progressive che poi si smorza nel soul vellutato e roco. Perché questo è un libro (anche) di musica e di sesso rauco e arruffato, ma vero. E’ un libro con splendidi uomini d’accatto, come quelle vecchie camicie che stanno sempre in fondo alla pila di panni da stirare e non si stirano mai, ma talmente tue che le riconosceresti fra un milione tanto sono intime quelle asole sbilenche, quella strinatura del colletto.
Uomini senza spina dorsale, avrebbe detto mio padre molti anni fa. Uomini che hanno rinunciato a lottare perché la guerra l’avevano finita altri. Ed era una guerra di plastica. Quel dopoguerra di plexiglas era una sterminata prateria di precariato morale e politico. Gli uomini di Sconclusioni non lo buttano giù, lo bevono a sorsate, lo fumano in mille notti buie di periferie che non hanno lampioni, in bar che la grande città ignora, ma dove succede tutto. Anche scegliere fra la rivoluzione o la partita di Coppa UEFA.
Ma non fatevi ingannare dagli aggettivi “piccolo”, minimale” e “comune”. Avrete fra le mani, in quel piccolo rettangolo di carta così ben illustrato nella copertina dalla mano felice di Roberta Biasuzzo, un’opera artigianale della parola di grande eleganza, l’opera di un uomo che di letteratura vive, nel senso letterale del termine.
Questa raccolta di racconti, che è quasi un romanzo, è stata scritta in epoche lontanissime tra loro: da Diari di bordo del 1994, all’Isola che non c’è del 2008; eppure il lettore avverte le stesse atmosfere e gli stessi spessori tridimensionali e questo fatto, da solo, ha dello straordinario. Nessuna interruzione, nessuna frattura fra il Pappatà post adolescente e il Pappatà uomo, con una laurea fresca di stampa in lettere. E mi son sempre chiesta, conoscendo un certo numero di suoi lavori cosa rendesse questo lavoro così lineare e coevo.
Forse il segreto è proprio lei, Suburbia, il non –luogo in cui viviamo tutti, ai confini di tutto. Ed è proprio stare al confine, sulla sottile limen che si rende posiibile la genesi di Black Velvet, uno che per sfuggire alla morte mette l’orologio due minuti avanti o di Alice che si mangia la vita guardando il palazzo di fronte, che c’è sempre qualcosa di peggio..
Paolo è, in definitiva, un costruttore di microcosmi, un inventore di forme paradigmatiche del racconto dal respiro accorciato, trattenuto, reticente come la vita che racconta:
“Viveva?Più che altro non moriva (…). In parole semplici c’erano solo tracce di vita, anzi più che tracce, macchie nell’esistere …”.
In ogni caso, in queste insofferenze di inizio secolo non solo disillusioni ma anche piccoli momenti di cauta ilarità, una briciola di humor nero che ti dà subito la cifra di quanto tutti siamo agghiaccianti nel nostro eterno annaspare.. E amore, anche se non è un libro romantico nel senso stretto del termine, ma c’è amore nebbioso e umido, a votle frettoloso, a volte solo sognato o auto-inflitto come un lavoro a una catena di montaggio nell’intervallo di una cassa integrazione. Perché l’amore ai tempi di Suburbia ha quell’aspetto un po’ impiegatizio e ha l’odore delle bancarelle degli abiti in saldo: una promessa non mantenuta.
“Sconclusioni è così, un libro scritto con gli echi di musiche diverse, dal mood Motown a Springsteem, di attese, di piccoli e grandi miti. E di assenze consumate in un giro di poker. E’ anche un girone dantesco di claustrofobie, di anime costrette in spazi angusti. Questo è un libro di parole accese, d’amore e d’amicizia…
Ma non solo: però il resto dovete scoprirlo da voi.
Lalla Careddu (opinione già pubblicata sul sito Ciao.it)


ri-apprezzata molto volentieri