Paolo Pappatà scrittore suo malgrado e webwriter per necessità, è nato a Roma nel 1970. Da anni sfoga la sua grafomania in alcuni siti con il nickname Baol70(Lankelot.eu, Ciao.it fra gli altri). Nel settembre 2009 è uscita la sua prima raccolta di racconti, "Sconclusioni". Per ora, oltre a scrivere, legge.

Sconclusioni – Recensione di Icobox

.........................................................

allegato cSconclusioni è tante cose. A prima vista è indubbiamente una raccolta di racconti (lo dice anche l’autore sulla sua pagina internet).
Dovendo definire in maniera univoca Sconclusioni posso dire che si tratta di vita vissuta. Perché di vita in queste brillanti cento paginette ce ne è davvero tanta, ma tanta tanta.
Sono convinto che c’è molto, anzi di più, tantissimo, di Paolo Pappatà in ogni capoverso. Quelli di Pappatà non sono semplici storie ma sono racconti che ci raccontano del giovane prima e adulto poi Pappatà e delle sue inquietudini, delle sue aspettative e della sua notevole capacità di osservare questo nostro mondo.
Che sia in auto, magari a fianco di un’astronave, dietro il bancone della tabaccheria, oppure al bar, al biliardo con una stecca in mano, alla finestra di casa capace di mostrare sempre il solito palazzo, ma anche a pescare, sono sempre gli occhi dell’autore che ci parlano e raccontano.
Raccontano di noi e posso serenamente affermare che l’inquietudine per una volta è la nostra parte migliore, perché è quella componente che ci fa sentire uniti e vicini, meno soli e quasi vincenti.
Perché anche nella mia città esiste una Suburbia Sud similare a quella di Paolo, e anche la mia Suburbia è ben cementificata, superficiale e sorda, sbiadita e piena di occhi infelici e fuggenti.
Anche nella mia esistenza c’è una costante bionda, non è Ceres, ma ha ugualmente tante bollicine.

Pappatà è un fine lavoratore delle parole, le porta a temperature elevate per poi fonderle assieme; a volte sono talmente unite e indissolubili che non serve nemmeno scriverle tutte; ed è qui (non si può non parlare dello stile dell’autore) che nasce quel qualcosa di diverso e ricercato.
Chi ha avuto la fortuna di leggere alcune sue opinioni su ciao.it avrà sicuramente conosciuto lo stile di Pappatà che consiste nel non terminare la frase (molto spesso è un semplice “che” buttato lì a precedere il punto) per il semplice motivo che non ce ne è bisogno; quando uno scrittore arriva al punto che non occorre finire la frase per farne capire il senso è come quando un Vasco Rossi qualsiasi porge il microfono al suo pubblico che in piena trance conclude la rima dell’ultimo successo. E’ quel voler interagire per forza con chi ti sta davanti, il desiderare di rendere partecipi gli altri creando una specie di alchimia e una condivisione di situazioni, di vita. C’è una differenza però: con Vasco Rossi la canzone l’abbiamo ascoltata migliaia di volte, con Pappatà è la vita vissuta sulla tua pelle che ti permette di concludere il ragionamento.
La potenza di una parola e il punto che la segue, capaci, insieme, di significare tanto di più di quella singola parola scelta. E’ questo il marchio di Pappatà che lo rende originale in un universo standardizzato; i racconti sono addolciti dal suo stile, come una stilografica (ed è proprio con questa che mi immagino Paolo creare) che da un tocco di raffinatezza allo scritto.

Troppo spesso chiudiamo i nostri pensieri nel nostro animo, li chiudiamo così bene con la ceralacca, sigillandoli per non farli uscire; Paolo invece apre le porte dei suoi pensieri a chi lo vuole ascoltare.
E lo fa utilizzando tante frasi spiazzanti e meravigliose (ne scelgo due: “solo affogando si impara a nuotare” e “siamo stati una sigaretta”) che meritano di essere scoperte e apprezzate per la loro dirompente capacità di far riflettere.
L’autore crea e utilizza parole nuove, composte, dallo sbalorditivo significato: abbiamo la malinconitudine e l’incertitudine che non sono presenti nei vocabolari, ma che sono più chiare e lampanti di tante frasi confezionate.
Nei sei racconti presenti ci sono alcuni aspetti comuni e ricorrenti come Sandokan e la sua Malesia, il cielo azzurro che si contrappone al triste palazzo che si vede sempre troppo vicino alla nostra finestra, la birra, la musica blues, le sigarette fumate e fumanti sono tutti ingredienti ai quali l’artigiano dei vocaboli Pappatà si aggrappa con una certa frequenza.

Parlando dei racconti si capisce immediatamente che “Sconclusioni (diario di bordo)” è quello più datato nel tempo, quello scritto quando ancora forse non si comprendeva bene a fondo come andavano le cose, tra i ventiquattro e i ventisei anni, quando era forte la voglia di “spaccare il mondo”, con la costante esigenza di azzerare e ripartire, dire basta da oggi si cambia!, fare e rifare le nostre rivoluzioni. Erano i tempi delle facili illusioni, delle congreghe e di quello che teneva il banco e parlava all’infinito.
Il ricordo di un amore finito che non si vuole scollare dall’animo di Sandro è la base di “L’amo, l’esca e di altro sul pescare”; il ricordo è quello della voce sempre presente di Clara.
Questo racconto è la costante proiezione di una persona più che un rapporto; è il senso di abbandono, l’essere in balia della propria vita che fa paura, non tanto la mancanza della persona in sé. Allora si prende il calendario come guida e si procede con un count-down al contrario e ogni secondo che trascorre dopo l’addio da l’impressione di fortificarsi, lentamente.
Capita ed è capitato di legarsi a quelle persone autoritarie, quelle che non hanno mai un consiglio, ma solamente un’imposizione: questa è Clara, Clara che sa tutto e che su tutto deve dire la sua, Clara che decide quando è finita. E sono le persone come Clara che possono guidare chi è solo automobile e non pilota, Sandro.
In “Klimt” c’è spazio per l’ossessione verde-biliardo di Blak Velvet, il sottofondo ad opera di Bruce Springsteen, l’innata apatia amalgamata con la fantasia di Nico, il mal di gola e il non ammalarsi mai di Jey Blonde, i vari avvistamenti, le tante bollicine delle Ceres, un protagonista senza nome, il non sapere ancora a quale nome rispondere e a cui dare risposte. Ci sono poi tante voci e tante supposizioni.
In questo racconto c’è molta insoddisfazione nel protagonista per non ricevere stimoli dai suoi amici, troppo estranei alla vita e ai rapporti.
E’ molto grigio “L’isola che non c’è” perché parla del passato che ci abitua bene, ma poi c’è il presente in cui si viene dimenticati e abbandonati da tutti. L’aria in casa Sandokan è irrespirabile, un rapporto logoro, trascinato e disonesto con la moglie; il terrazzo è l’unica ancora di salvezza, ma resta pur sempre un’ancora che quindi tiene fissi ad un contratto matrimoniale e non permette di fuggire, lasciando solamente angoscia dentro. Restano solo ricordi, una sedia, un sigaro e poco altro.
“Certi giorni” è il più romanzo tra tutti i racconti presenti; anche se è quello più lineare conserva la caratteristica di avere protagonisti incasinati, con i loro pensieri, le paranoie e le indecisioni che fanno scorrere vita ed occasioni con la sensazione di non riuscire mai a fermarle e farle sostare un po’ con sè.
In questo racconto noto una chicca di Pappatà: l’Alice di “Certi giorni” che osserva dalla finestra il mezzo bifolco con il sigaro in bocca che, dal suo terrazzo, discute con la moglie, è la stessa ragazza biondiccia che non ride mai che il vecchio Sandokan di “L’isola che non c’è” cerca con gli occhi dal suo terrazzo: sapessero quanto sono simili.
“Sconclusioni (pagina bianca)” è una specie di apoteosi in stile Pappatà i cui vari brandelli sembrano essere stati scritti di getto e impulso, accompagnati da una rabbia spesso spiritosa.
In questo racconto c’è quasi tutto dell’autore: capacità di osservazione, ironia, lavoro, sogni, desideri, ragionamenti, pagamenti e tanto altro.

Oltre ai sei scritti di Paolo meritano una nota la bellissima prefazione di Lalla Careddu, sincera e ficcante, e il fine disegno (che è più di una semplice illustrazione) di chi conosce bene l’autore, quello di Roberta Biasuzzo.

***

Pubblicata anche su Ciao.it

Il libro puoi trovarlo qui Support independent publishing: Buy this book on Lulu

Oppure contatta l’autore: baolissimo@tiscali.it



6 Comments to “Sconclusioni – Recensione di Icobox”

  1. sgt.pippo scrive:

    Però, ‘sto Pappatà… :)

    Ciao, Fil.

  2. Baol70 scrive:

    Ehy, Sergente, dici che è tutto fumo e niente arrosto? ma no, dai :D

  3. sgt.pippo scrive:

    Al contrario. Penso che ci siano pure le patate e l’insalatina. :)

  4. Baol70 scrive:

    e la miseria quanta grazia…potrei montarmi la testa

  5. `.. I am very thankful to this topic because it really gives great information ;:~

Leave a Reply