Paolo Pappatà scrittore suo malgrado e webwriter per necessità, è nato a Roma nel 1970. Da anni sfoga la sua grafomania in alcuni siti con il nickname Baol70(Lankelot.eu, Ciao.it fra gli altri). Nel settembre 2009 è uscita la sua prima raccolta di racconti, "Sconclusioni". Per ora, oltre a scrivere, legge.

Recensioni: Mauro Meo su “Sconclusioni”

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detail_7626562Abbiamo quasi la stessa età io e Paolo. Va bene, ti sento già borbottare, tu sei più giovane, o io più anziano, le cose non cambiano, di un anno abbondante. No, non è vero che non cambiano, rileggendomi mi ricordo ancora una volta che le parole un certo peso lo hanno. E che peso.
In fondo però siamo della stessa generazione Paolo, degli stessi anni. Su questo non puoi dirmi nulla. Un anno può essere tanto, ma alla fine è anche poco. Abbiamo davvero vissuto le stesse cose, gli stessi immensi mutamenti storici. Abbiamo visto la nostra nazionale vincere due volte il campionato mondiale, mica è cosa da poco. Abbiamo, abbiamo, abbiamo. Alla fine così mi ritrovo, e non poteva essere altrimenti, molto nei personaggi dei tuoi racconti, che in fondo penso anche essere il tuo riflesso.

Certo non in tutto, i percorsi poi sono spesso diversi. Ma qualcosa mi accomuna a loro, mi accomuna a Gianni, a Franco, a Mauro, oltre il nome in questo caso, ad Alfredo, a Clara, a Nico. E forse ancor più ad Alice. È quell’ansia di fondo che ci divora. Quel rumore di sottofondo che è la musica dei nostri silenzi. Quella difficoltà ad essere semplicemente felici a volte. “Forse, forse in un’altra vita. Cominciamo, va bene. Tanto pure questa poi andrà a finire”.
È per questo che mi sento vicino a Paolo. Forse poi lui voleva semplicemente scrivere altro, raccontare, ma non di questa ansia. Forse, ma non lo penso. Di certo me lo dirà, dopo aver letto queste parole. Per questo mi sento vicino a lui, anche se le differenze esistono. A cominciare da una davvero fondamentale. Parlo della birra. A te piaccione le bionde, io preferisco le scure. In fondo anche questo non è poi così male, non ci dobbiamo litigare neppure una birra, no? E poi alla fine la Ceres l’ho anche provata. Non quella bionda, quella no. Ho provato quella scura, e ti dirò che non è affatto male.

È stato un regalo il libro di Paolo. Il regalo di compleanno di una persona che ho molto cara. E che sa che amo i libri, forse anche fin troppo. No, non è vero, non è mai troppo l’amore per i libri. Avevo già letto qualcosa di suo, qualche suo racconto, qualche parte dei suoi racconti. E forse non li avevo amati del tutto, forse non li avevo apprezzati del tutto. Letti insieme invece, con i giusti tempi, con il giusto ritmo, hanno assunto un altro sapore. Altri significati. Racconti che ho letto due volte, come spesso mi capita con i libri. La prima lettura si lascia rapire, rubare, dalla storia. Quella che viene dopo, diciamo che già conosce chi è il colpevole, è una lettura più lieve, più silenziosa. Che cerca la musica delle parole. Delle sensazioni. Delle emozioni. E con un po’ di invidia, sana invidia, ci tengo a sottolinearlo, devo riconosce a Paolo che di musica nelle sue parole ne esiste. Ed è anche tanta. È diverso il suo modo di scrivere da quello che sento più mio. Da quello che abitualmente amo leggere e con il quale provo anche a scrivere. È più ruvido in apparenza, più rude, più duro. E il modo particolare di lasciare le frasi interrotte, spesso anche solo appena una parola. Lasciata lì, in silenzio, in sospeso. Quasi che poi tocchi a noi provare a riempirlo quel silenzio. Ma questa è appena una lettura apparente, superficiale. Quello che mi ha sorpreso non è questo modo di scrivere o di tagliare le frasi. Questo di Paolo già lo conoscevo, già lo avevo letto. Leggere, poter leggere, una serie di racconti in fila mi ha fatto scoprire anche altro. Io amo le parole. Per me ogni parola ha un significa. Mai nessuna è detta senza motivo. Mai nessuna è scritta senza motivo. Una persona che mi è molto vicina ora, neppure tanto tempo fa, mi disse: “Tu non dici mai nulla a caso, non usi mai a caso una parola”. Spero volesse dire, ma in fondo ne sono anche convinto, non che mi fermo fin troppo a pensare sulle cose, almeno sulle parole. Semplicemente che il rispetto che ho per le parole mi porta poi ad usarle sempre con grande attenzione. E quando leggo faccio uso di questa attenzione. Sono anche abbastanza severo. Sia con me, sia con gli altri. E Paolo mi ha sorpreso. Mi ha davvero sorpreso. Non fraintendetemi, non perché lo sottovalutassi. Mi ha sorpreso perché a leggerlo bene poi la sua scrittura non è così rude, ruvida. Almeno non lo è sempre. Ci sono frasi di una dolcezza sorprendente. Solo nascoste tra molte frasi più ruvide e sembrano quasi perdersi, quasi nascondersi. A me hanno sorpreso, hanno strappato un sorriso, tenero ma anche di ammirazione. Piccoli tesori nascosti. O appena celati. “Le casseforti sono nate per preservare tesori. Io non ruberò mai il tuo tesoro. Tienilo lì oppure dai la combinazione”. Paolo ci dà la combinazione del suo modo di scrivere in questo libro, in questi racconti. Sta anche a noi poi saperli trovare. Di certo il suo modo di scrivere denota l’amore per la lettura. Saper scrivere, meglio saper scrivere bene, si impara soprattutto leggendo. Solo chi ama leggere sa poi anche scrivere bene. Senza voler cercare influenze, senza voler cercare nulla. Semplicemente la mia impressione è che Paolo da sempre abbia amato leggere. E ami ancora adesso leggere.

Sitting on the dock of the bay. Nothing’s gonna change, everything seems just the same.
Tutto appare sempre uguale, tutto immutabile. E passano i giorni, i mesi, gli anni. Passa la vita. Lo scriveva Hemingway all’inizio di Fiesta, in quel passo che riportava dell’Ecclesiaste. “Tutti i fiume se ne vanno al mare, e il mare non si piena mai”. Lo scriveva Baricco di Hervé Joncour, “uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla”. Lo hanno scritto poi anche tanti altri. La cosa più bella dei libri secondo me, ed è appena il mio parere, è che posso essere letti da ognuno in modo diverso. Almeno parlo dei buoni libri. La frase dello scrittore ha un senso per lui. Ma benissimo ne può avere uno per me, uno per ogni persona che legge quel libro. Se è un buon libro darà emozioni, e le emozioni di ognuno sono così diverse, sono così personali. Sono semplicemente nostre. Almeno una cosa nostra possiamo ancora averla. E le frasi, i racconti, di Paolo sono vicini a me, penso vicini a molti della nostra età. “Tutti insieme, stando seduti sulla banchina del porto, guardando le navi passare, passare, passare”. Paolo racconta di ognuno di noi. Lo fa raccontare ad ognuno dei suoi protagonisti, ad ognuno dei ragazzi e delle ragazze che affollano i suoi racconti. Penso con un po’ di autobiografia, o quanto meno con la trasposizione in loro anche delle sue di emozioni. Che sono tante, diverse, differenti. A volte anche semplicemente confuse, come confuse sono le emozioni che così spesso proviamo. Nessun percorso semplice nelle emozioni, mai. Tutto è così spesso confuso, contorto, mai lineare. E il bello, almeno quando non stiamo male, è anche questo. Le difficoltà nelle relazioni con gli altri. Le difficoltà con il mondo esterno, che spesso, troppo spesso, ci reprime, ci uccide la fantasia. Le difficoltà con noi stessi, perché alla fine le difficoltà con gli altri spesso nascono dalle difficoltà che noi abbiamo con noi stessi per primi. Malinconitudine la chiama Paolo. Malinconia, tristezza, solitudine. Ma penso poi che ognuno di noi la possa chiamare a modo suo. è un po’ forse quel mal di vivere, quella insofferenza di fondo. Quel rumore di fondo che sentiamo anche quando potremmo essere semplicemente felici.
“Così si diventa incazzati. Cresce la rabbia dentro e non si sa come cazzo fare, davvero. Un fuoco si era acceso anni fa. Ma s’è spento”.

Racconta di persone semplici, minute, Paolo. Di persone comuni, normali. Normali come anche possiamo essere ognuno di noi. Con la nostra vita, le emozioni, i sentimenti. I casini sul lavoro, con gli amici. Con la fidanzata o il fidanzato. Nessuna cosa lontana da noi, tutto sotto i nostri occhi, semplicemente noi. La forza vera dei racconti di Paolo mi sembra essere proprio questa. La capacità di parlare di noi, anche di noi. Con la forza di chi queste cose le ha vissute, sentite, provate. Diceva Hemingway che si deve sempre solo parlare delle cose che si conoscono. “la difficoltà nello scrivere consiste nel buttar giù ciò che veramente accade nell’azione: quali erano le cose che effettivamente suscitavano l’emozione provata…la cosa vera, il seguito di movimenti e di fatti che ha prodotto l’emozione e che sarebbe altrettanto valida dopo un anno o dopo dieci anni”. E ancora: “quando scrive un romanzo, uno scrittore dovrebbe creare gente viva; gente, non personaggi. Un personaggio è una caricatura. Se uno scrittore riesce a far vivere della gente, può darsi che non ci siano nel suo libro grandi personaggi, ma è possibile che il suo libro rimanga come un insieme, come un’entità, come un romanzo”. Paolo, nel suo piccolo certo, riesce a fare questo. Crea delle gente, gente viva, non dei personaggi. Ci racconta di persone. Semplicemente di persone, di gente viva. Non lontana nelle emozioni, nei sentimenti, nelle speranze, nelle semplici paure da ognuna di noi. Io questa vicinanza l’ho sentita, e forte. In alcune pagine, in alcune frasi. In alcuni dei ragazzi di cui parla. E forse più di tutti ho sentito la vicinanza con Alice. “Non rise. Affatto. Non rise mai”. Ecco, in questi siamo diversi, io per fortuna riesco ancora a sorridere. Ma sono i sentimenti, le sensazioni di fondo che mi accomunano, che sento che mi accomunano, a lei. Non c’entra in questo il libro di Paolo, lo so. È appena una mia sensazione. La pigrizia, i silenzi. I ricordi di Alice. Quella “inquietudine neanche troppo rumorosa, ma lenta, costante, senza stanchezza né sonno”. Quel sottofondo rumoroso. Sempre. Comunque. Alla fine però Alice sorride. “Ma poi, a volte, la vita è come una nuvola. Vapori che pigreggiano per un cielo immenso e azzurro, vestiti di candido bianco. Una ragione per dare natura alle lacrime. Che poi qualche banale chiama in maniera stereotipata pioggia. Meno male che il respiro, tra un battito e l’altro del cuore, pare come un raggio di sole”. Sorride, anche se appena per un attimo, Alice. I personaggi di Paolo pur se sgangherati, come spesso ognuno di noi, pur se strani, pur se afflitti da mille paure e da mille ansie alla fine sorridono. Una piccola speranza, un piccolo sorriso. In fondo, “L’importante sapete qual è? Non farsi comunque arrestare”. È forte la malinconitudine nei personaggi di Paolo. Davvero forte. Ma la sua gente non è mai sconfitta. Basta anche un nulla per riaccendere la speranza, il sorriso. E questo è importante, davvero importante.

Può piacere o non piacere alla fine il libro di Paolo. Penso anche che sia una cosa normale, può accadere con ogni libro. Ma si deve certo riconoscere a Paolo l’amore per la scrittura, dote rara e preziosa. E la capacità di raccontare, attraverso la sua gente, anche di noi. Soprattutto di noi. Io, parlo per me, mi sono ritrovato spesso, forse anche troppo spesso, nei pensieri di molti dei protagonisti dei suoi racconti. E così mi sono affezionato a loro.

“Rubiamoci un po’ di tempo, che ne sai, magari fra un po’ potrebbe tornare utile”.
“Ma io di vincere non ho voglia. Al limite voglio pareggiare zero a zero”.

“Tutti i buoni libri sono simili in quanto sono più veri che se fossero veramente accaduti e quando si è finito di leggerne uno si ha la sensazione che tutto sia capitato a noi, e poi che tutto appartenga a noi: il buono e il cattivo, l’estasi, il rimorso e il dolore, la gente e i luoghi e com’era il tempo”.

(Pubblicata anche su Ciao.it)

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5 Comments to “Recensioni: Mauro Meo su “Sconclusioni””

  1. sara scrive:

    molto lusinghiera. Bella

  2. Baol70 scrive:

    sì, personale al punto giusto ed onesta. Belle le riflessioni sulle parole e sullo scrivere, molto congeniali. Grazie Mauro

  3. gianna scrive:

    se continuate così alla fine penserà davvero (davvero!) di essere uno scrittore…e poi son cavoli nostri! ;-)

  4. Good opinion. How did you came up like this?

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