Paolo Pappatà scrittore suo malgrado e webwriter per necessità, è nato a Roma nel 1970. Da anni sfoga la sua grafomania in alcuni siti con il nickname Baol70(Lankelot.eu, Ciao.it fra gli altri). Nel settembre 2009 è uscita la sua prima raccolta di racconti, "Sconclusioni". Per ora, oltre a scrivere, legge.

Il furto della luna /2

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E’ sera, come altre sere. C’è buio e pare che non sia una grande novità. Nel senso che se la luce vorrà, tornerà domani. Quella del

Passeggiata. Foto tratta dal sito settemuse.it

sole, per ora, non corre il rischio di aumento della bolletta. Pare. Luce intermittente, direi. Stamattina c’erano nuvole e il sole non sapeva che cazzo fare. Sembrava lo stolto vigile urbano che ogni santa mattina lavorativa lui incrocia all’altezza del passaggio pedonale davanti alla scuola materna comunale. Stesso sguardo, stessa impotenza.
Per domani tutto è pronto, l’ha detto l’amico suo, Gino ovviamente, appestando circa un chilometro quadrato attorno a lui l’aria con il suo alito made in cipolla, decomposizione di umori e sapori, vecchie frustrazioni e nuove terribili verità quale il tempo passa, la donna tradisce ed altre inconfutabili saggezze del genere, amene come passi dei poeti classici nostrani o il 55% degli autori di blog.
La luna è ancora nel cielo, ma ancora per poco, tutti lo sanno, anzi solo in tre lo sanno, lui, Gino e l’altro, domani notte ci sarà il furto e niente più luna, niente più poesie dedicate, niente più teorie strane sui lupi mannari, solo gatti senza le fusa e che nel buio non sapranno più a chi miagolare.
Eh, tutto è possibile. Anche sentirsi furtivi, ma in fondo ladri no. Rubare la luna è un furto, ma non si commette crimine. E prima o poi qualche politico o cantante o giornalista da prima serata in tivù spiegherà esaurientemente il perchè, il per-come, il per-quando di tutto ciò e gli implacati risvolti verranno sviscerati come pesci freschi appena venduti nel corso della prossimo imminente approfondimento catodico accuratamente sponsorizzato.
Allora avanti ragazzi, diamoci sotto.

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Tutti contro Facebook

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Eccolo il faccia libro. Volgarmente chiamato social network, in realtà il vero nostro e loro Grande Fratello. Come resistergli non si sa. Puoi essere protagonista,puoi andare su una homepage ed essere cliccato con “mi piace”.  Ed ormai gli articoli di giornale sulla politica debbono citare i post o i non post sul social network. E i magistrati devono disporre indagini sui profili per venire a capo di omicidi dalla trama oscura. Non serve fatica, non devi azzerare i debiti della società per cui lavori, non devi essere bello, non devi fare il bruto. Eppure. Tutti contro questa piattaforma-chat che ha “sconvolto” i più. Si urla che non è libera, ed appiattisce. a me appiattisce di più il fatto che non posso scegliere come e dove lavorare 40 ore alla settimana, sinceramente, visto che mi costringono a fare ciò che non voglio e dovo pur campare. Che sia una perdita di tempo è probabile. Che non potrà cambiare i mali del mondo è quasi certo. Che sia inutile ho i miei dubbi. Del fatto  che sia un male e peraltro virtuale dissento, con forza.  Sinceramente per appurare i limiti indicibili della razza umana mi basta vedere come parcheggiano sotto casa. E se su Facebook trovo (analogamente) le stesse follie non me ne faccio un crucio, ma mi domando se davvero il virtuale è così diverso dal reale. Solo che gli italioti sono provincialotti, spaesati. Utilizzano uno strumento e continuano a  denunciare che ne sono usati. Basta non accedere al sito, bisogna digitare una password, come si dice, è atto consenziente. Se poi qualcuno ci trova della abnormità e ci casca (vedi qui), beh, fate vobis. Un poco di sale in zucca, un poco di intelligenza e sparare a zero per poi non proporre niente di meglio è male. Immaginatevi Facebook come una enorme piazza senza traffico, come ad un tempo. Piena di gente. Voi pensate che sia così male? sta a voi cercarvi l’amico giusto, la chiacchiera interessante. Magari nell’intera piazza c’è solo una persona, forse due interessanti. Ebbene, c’est la vie. all’inizio di Gennaio leggevo per esempio su Repubblica che dceine di professori e critici letterari si lamentavano della critica libresca autogestita sui social network. Dovrebbero interrogarsi invece sulla loro distanza dalla gente, invece. Oramai, nell’epoca dell’adsl, none esistono dettami inconfutabili ma solo la propria personale intelligenza e sensibilità.

Sono un convinto ed entusiasta sostenitore di Internet e di Facebook. A volte mi stanco e d allora non mi connetto. Punto. Che poi in giro ci siano idioti ed idiozie, basta andare alla posta e fare la fila prr pagare una bolletta, per rendersene conto.

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La guerra intelligente, ovvero “L’arte del piano B” (Gianfranco Franchi)

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su ibs

Intenso, amaro, malinconico. A volte cupo, dalle tinte vigorose e dark, tipo Joy Division, gruppo amato dall’autore. Coinvolgente certo, spesso condivisibile, terribilmente attuale, online. Il nuovo libro dello scrittore e letterato romano-triestino Gianfranco Franchi, conosciuto anche come Lankelot sul web, è una lucida analisi di atteggiamenti, modi e mood contemporanei, rigorosa e anti minimalista, urlata ma con classe, senza disperazione ma disperata, accorata se volete. Sono pagine che trasudano una sofferenza, anche se rinvigorita da speranza e lucida analisi e capace dialettica.
Sorprende l’intensità, fanno sorridere le variazioni improvvise sul tema, aprono gli occhi alcune illuminanti considerazioni apodittiche, cui non è possibile ribattere perchè sono inconfutabili.
Dopo tre romanzi ed un saggio sulla rock band  dai Radioheads, il quinto volume in prosa di Franchi dunque va a suggellare un percorso intellettuale e artistico, fungendo da prologo ed epilogo ad idee più volte enunciate non solo in versione cartacea.

Torna dunque quel che già si presagiva in romanzi del tutto anticonvenzionali come “Pagano”.  Tutto assume una conformazione più netta e lucida, un piano strategico fatto di impressionismi che lasciano il segno. Perchè Franchi dice quello che c’è da dire e tutto ciò che può essere detto è possibile, se ci sono parole per spiegarlo coerentemente, perlomeno a mio parere. Certo non sono convinto che il male dei mali sia solo vedere film ancorati alla sterile analisi dei fatti di  vetero comunisti postmoderni, un socialismo radical-chic da svendere al mercato delle idee usate. Anche se certamente la cultura italiana è stata ammorbata dalla retorica sinistroide che per decenni ha cercato l’omologazione a stereotipi stantii eliminando la dialettica, la differenza, l’intellgenza critica. Su questo Franchi ha ragione. Detesto gli estremismi di ogni sorta. La crescita sta nel giusto mezzo e le vere rivoluzioni sono quelle a metà, perché nel mezzo si distanziano gli eccessi e le storture. Insomma un libro che fa soffrire, più indignare, ci mette alla gogna, giudica gli altri ma poi gli altri siamo noi. Occorre documentarsi, pianificare, essere sintetici, segreti, distanti. Un piano B, un dettame per sopravvivere al festival di Sanremo, alla politica degli slogan, all’editoria di massa concupita ed ignorante, al volgare deterioramento di qualunque ideale o banale punto fisso, al disfacimento globale della società occidentalmente intesa oramai in costante balia di oscuri meccanismi finanziari di cui si conosce solo la fine, mai l’inizio. L’alternativa insomma non è essere alternativi da palcoscenico o ricopiando miti smitizzati, ma affrontare il presente per avere un futuro che non scordi il passato. Facile  dirlo. Anzi, per niente facile, se ci pensate. Basta essere continui, se non proprio coerenti. 

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