In questa città ormai non succede più nulla. Scivolano via giorni e notti come i respiri di un qualsiasi bipede pensante. Non c’è un briciolo di poesia, nemmeno un po’ di prosa. Niente. Di solito però c’è almeno Gianni che a prendere Francesca. Parcheggia di fronte a questa tabaccheria, citofona. Francesca scende di casa quasi subito, sempre infilandosi qualcosa che non ha fatto in tempo ad indossare. Poi si fermano qui da me a comprare le sigarette e infine via, con la 127 di Gianni ad infilarsi per i pochi boschi che rimangono vergini (o quasi) a cercare intimità. Tutti sanno che loro due stanno lì per ore e che litigano, parlano, litigano. Qualche volta fanno anche l’amore; fumata una sigaretta però riparlano, rilitigano, riparlano. Così si fa tardi e Gianni riaccompagna a casa Francesca. Si salutano con un bacio e vanno a dormire, chiudendo il sipario sulla serata d’amore di giovani postmoderni.
Gianni è già al terzo anno fuori corso all’Università; ormai per lui la laurea è diventata come la vita, sembra sempre ad un passo invece non si riesce mai ad afferrarla. Ci sono sempre nuovi esami da fare e sempre più difficili. Per il resto della giornata così Gianni studia, fuma sigarette, s’incazza con il padre che gli vuole bene, fuma altre sigarette, cerca di continuare a studiare, legge il giornale. A questo punto vorrebbe vomitare, ma si ferma. Non vuole sporcare il letto appena rifatto e poi non c’è tempo, è quasi ora di uscire. E allora va bene, va bene così canta insieme al suo stereo di una sottomarca giapponese.



