Paolo Pappatà scrittore suo malgrado e webwriter per necessità, è nato a Roma nel 1970. Da anni sfoga la sua grafomania in alcuni siti con il nickname Baol70(Lankelot.eu, Ciao.it fra gli altri). Nel settembre 2009 è uscita la sua prima raccolta di racconti, "Sconclusioni". Per ora, oltre a scrivere, legge.

Sconclusioni (versione 1998)

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In questa città ormai non succede più nulla. Scivolano via giorni e notti come i respiri di un qualsiasi bipede pensante. Non c’è un briciolo di poesia, nemmeno un po’ di prosa. Niente. Di solito però c’è almeno Gianni che  a prendere Francesca. Parcheggia di fronte a questa tabaccheria, citofona. Francesca scende di casa quasi subito, sempre infilandosi qualcosa che non ha fatto in tempo ad indossare. Poi si fermano qui da me a comprare le sigarette e infine via, con la 127 di Gianni ad infilarsi per i pochi boschi che rimangono vergini (o quasi) a cercare intimità. Tutti sanno che loro due stanno lì per ore e che litigano, parlano, litigano. Qualche volta fanno anche l’amore; fumata una sigaretta però riparlano, rilitigano, riparlano. Così si fa tardi e Gianni riaccompagna a casa Francesca. Si salutano con un bacio e vanno a dormire, chiudendo il sipario sulla serata d’amore di giovani postmoderni.

            Gianni è già al terzo anno fuori corso all’Università; ormai per lui la laurea  è diventata come la vita, sembra sempre ad un passo invece non si riesce mai ad afferrarla. Ci sono sempre nuovi esami da fare e sempre più difficili. Per il resto della giornata così Gianni studia, fuma sigarette, s’incazza con il padre che gli vuole bene, fuma altre sigarette, cerca di continuare a studiare, legge il giornale. A questo punto vorrebbe vomitare, ma si ferma. Non vuole sporcare il letto appena rifatto e poi non c’è tempo, è quasi ora di uscire. E allora va bene, va bene così canta insieme al suo stereo di una sottomarca giapponese.

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25 marzo 2012: per Antonio Tabucchi

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Foto Ansa (da Repubblica.it)

(È morto oggi Antonio Tabucchi, malato di cancro. Professore, scrittore abile, saggio, colto e passionale. Lo ricordo così, nella maniera che so fare, con una vecchia recensione su un libro che mi ha fatto sognare, SOSTIENE PEREIRA)

Innumerevoli sono le possibilità di vivere il proprio malessere intellettuale. Alcune storie bene o male vivono dentro ciascuno di noi. E’ impossibile infatti che nascosto, magari in soffitta, nel cuore o nel cervello, non si abbia un angolo ribelle, un angolo che smania e desidera un mondo diverso, migliore.
Almeno una volta, fosse anche solo per chi vi ha superato a destra alla partenza dal semaforo sulla tangenziale, vi sfiorerà l’ideale della giustizia, dell’ardore, del bello e basta.
Così, questo Pereira, fine lettore di letteratura ottocentesca, in una Lisbona sotto il terrore della dittatura Salazar negli anni trenta, sostiene che è meglio vivere quieto e rassegnato, buttar giù necrologi di artisti e traduzioni sulla pagina culturale di un foglio di regime, e divampare come un bimbo al ricordo tenero e quasi commosso di un amore ormai lontano come solo la morte può allontanare. E in effetti il dottor Pereira trova ormai conforto solo parlando alla moglie defunta attraverso una fotografia custodita gelosamente: “Ciao amore mio, vorrei tanto sapere come stai“. E Pererira non può che ripondersi da solo sdoppiandosi nella figura della moglie ma non cercando il suo ricordo, bensì uno specchio in cui materializzare le sue puerili ossessioni, la sua placidità dignità, il suo estremo pudore.
Ma in letteratura non è mai detta l’ulima parola e, come diceva un acuto osservatore del calibro di Oscar Wilde, la vita imita l’arte. Gli imprescrutabili destini del vivere infatti offrono su un piatto d’argento al nostro compassato e malaticcio dottore una insperata occasione: conosce un giovane aitante ribelle comunista, con la sua compagna, e tra timore e pudore, tra paternalismo e paura, diverrà un loro méntore ed aiuto materiale, mentre la polizia segreta é sulle loro tracce.
Pereira, è vero, specie con la moglie, sostiene che certe cose non si fanno.
Ma sostiene altresì che se non si fanno mai, non vale la pena di fare niente.
Bisogna pur vivere, qualche volta.

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Marzia Musneci “Doppia indagine”

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Fa la sua vita semi modesta, filo-naturista e naturale e quasi un poco new age, Matteo Montesi. Traduttore per necessità pratiche, ma con il pallino di fare l’investigatore a tempo perso, per casi minimi e minimali, fino a quando non capita l’occasione che almeno una volta ci sfiora tutti.
E se la risolvi, ecco la corona d’alloro, come gli è successo in passato.
Stella, soli undici anni e potenzialità acrobatiche notevoli a detta di chi la conosce, è scomparsa. Nel nulla. La madre Alessia è, come comprensibile, disperata. Anche perché dieci anni prima anche il marito, Giammarco Morganti, senza lasciare traccia alcuna, l’ha lasciata sola, ad affrontare la vita e la maternità. Un dramma. Montesi come solito glissa, sul caso indagano con impegno gli addetti della Polizia con a capo il commissario Felice Santarelli, cosa mai potrà combinare lui, investigatore quasi per gioco. Ma alla fine cede, anche perché si è fatto un nome. Per bravura, caso o chissà cos’altro, tempo addietro ha chiuso un intricato caso che coinvolgeva la ricca famiglia dei Ferrantino e la sovraesposiozne mediatica ha fatto il resto. Perché siamo in provincia, arrampicati sui colli, fuori dal “grande giro” della visibilità, ma la Grande Città, la capitale, è alle porte e oramai siamo nell’epoca di Internet, tutto è condivisibile e linkabile.
Non caso Matteo si avvale della rete, informatici strambi ed atipici che sanno utilizzare lo strumento internet come tale, traendone quindi vantaggi e non mera cronaca nera.

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