Paolo Pappatà scrittore suo malgrado e webwriter per necessità, è nato a Roma nel 1970. Da anni sfoga la sua grafomania in alcuni siti con il nickname Baol70(Lankelot.eu, Ciao.it fra gli altri). Nel settembre 2009 è uscita la sua prima raccolta di racconti, "Sconclusioni". Per ora, oltre a scrivere, legge.

Meglio leggere un libro

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Fare delle analisi, si sa, mira ad esssere obiettivi, a rendere conto di un risultato che sia il più oggettivo possibile. Ma non mi interessa. Magari sarò parziale, elitario qualcuno dice, ma che me ne fotte. Per l’ennesima volta ho avuto la conferma dello stato abietto in cui si trova l’Italia ed in particolare il senso critico, la cultura intesa in senso lato, ovvero la capacità di filtare, ragionare, avere un minimo di coscienza e personalità e non apparire solo pecora. Per l’ennesima. La disinformazione totale mette i brividi. Sta crollando Pompei, vale a dire un reperto archeologico che ha duemila anni o quasi, nessuno denuncia alla corte dei Conti i responsabili di fantomatici Ministeri a Monza mai in funzione ma con tanto di inaugurazione, il processo Mills va in prescrizone. ma noi andiamo in libreria a comprare Bruno Vespa e ci sorbiamo treni regionali in decomposizione e, last but not least, le scenate indegne delle corporazioni.

Lasciamo perdere ciò che leggo su Facebook.  È fenomeno di massa, ciascuno lo usa come meglio crede, a volte denota solo un senso di solitudine e disperazione estremo se ciascuno necessita di informarci in quale via di Roma sia oppure se sta stirando o cambiando il pannolino al figlio. Diventa cioé legge la metafora di Andy Warhol, o chi per lui, uno che sapeva stare al centro dell’attenzione al di là di giudizi estetici, cui si attribuisce la frase “Prima o poi tutti hanno il loro quarto d’ora di notorietà” che adesso invece è molto più rapida e meno efficace, bastano un centinaio di click, visibilità praecox, un solo orgasmo e poi via, alla prossima condivisione.

Mi riferisco ad altro. All’enorme impatto massmediatico del drammatico ed increscioso disastro successo sulle coste dell’isola del Giglio lo scorso 13 gennaio, che ha dato vita ad una pazza ricerca di colpevoli e innocenti, cercando di colmare il disperato bisogno di icone, eroi e emblemi del male di cui ciascuno ha bisogno. E allora si mette alla gogna Schettino (vedremo poi se sarà e quanto colevole) si raccontano le storie eroiche e commoventi di un naufragio e ci si dimentica del resto, per esempio dell’assurdità e del fanatismo fatto di interessi economici che anima alcune caste made in Italy. Il male, ragazzi, è strutturale, non contigente. Perché la casta non è solo la politica, anzi. La politica semplicemente intrallazza favorendo questa o quella corporazione italiota. Pensateci un attimo. Il governo  attuale, retto della professor Monti e che a me non piace ma devo digerire, liberalizza l’apertura delle farmacie, aumenta la possibilità di aprirle, elimina o attenua l’importanza di ordini professionali (caste vere e proprie) come quello degli avvocati ed elimina le restrizioni sulle tariffe. E farmacisti e avvocati che fanno? indicono uno SCIOPERO. Come gli operai della Fiat vicini al licenziamento, come tutti quelli che stanno perdendo il lavoro oppure chiudono l’azienda strangolati da debiti, Equitalia o strozzini. Come quei due pugliesi morti da poco sulla spiaggia, indigenti. Caste. Come quello dell’editoria italiana (il mio amico Gianfranco Franchi ne sa di più, come dirò poi parlando del suo libro “L’arte del piano B” ). Come quello della critica letteraria internazionale di destra o di sinistra, che una decina di giorni fa si alimentava di egocentrismo e lamentava su Repubblica del fatto che nessuno li legge più e non incarnano più nulla se non sé stessi per colpa dei blogger che mettono in rete recensioni fai da te senza ordine o logica. Ma se la gente li legge, un motivo ci sarà, miei cari pennivendoli. vi siete venduti l’anima e poi vi lamentate che la gente preferisce il fai da te? Incredibile, degno di Kafka. Che peraltro fra i tanti fu lungimirante. Ha scritto l’emblema del senso di colpa che ci attenaglia (“Il processo”), su quando l’apparire trionfa sull’essere (“La metamorfosi”) e su come la burocrazia ci strangola (“Il castello”). Lungimirante molto più di pseudo socialisti piccolo borghesi, ha annunciato profezie quantomeno veritiere all’inizio del Novecento.

Ecco. Kafka. Uno scrittore, come molti altri. Meglio leggere un libro. nessuna indifferenza o qualunquismo, ma voglia di conoscere e capire.

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Mompracem vivrà?

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Sono oramai quasi in pensione i due ribelli e fratelli di sangue Yanez e Sandokan. Fieri del passato, ma anche dallo stesso gravati e quasi sconfitti. Succede, quando invece che all’alba, siamo al tramonto. Quante ne hanno fatte assieme. Perseguivano e combattevano la libertà e l’uguaglianza, in nome della propria terra che gli invasori stranieri, in particolare inglesi, volevano dominare.Saranno morti almeno dieci volte e puntualmente tutte e dieci sono resuscitati ed hanno sconfitto i loro nemici. Alla fine hanno perso, perché il mondo non è cambiato, anzi, sta peggiorando e la loro battaglia non è servita a nulla. Ma almeno ci hanno provato, eccome, ci hanno provato e ci sono riusciti per un po’.
Stavolta però non si gettano all’attacco, ma vengono semplicemente chiamati in causa. Infatti una sconcertante serie di fatti sanguinolenti che avvengono nell’interno della jungla e vedono come vittime i dayaki che abitano la zona infatti, mettono sul chi vive i due più famosi, invincibili, eterni pirati della Malesia, regione sconfinata di isole, arcipelaghi, mare, monti e.

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Giallo alla gallese

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  Sdraiata a terra, nel parcheggio semibuio, Megan Harpur è morta. Ma la spesa dello shopping serale è intatta per terra. Nessuna violenza sessuale o magari rapina. A tarda ora, di notte, chissà cosa ci faceva una bella donna da sola nel piazzale antistante la stazione. Niente di che. Stava tornando a casa per dire al marito che se ne andava. Per sempre. La sua vita oramai era altrove. Colin Hapur, il coniuge, è poliziotto. Avvezzo alle storture improprie del proprio lavoro, dove giustizia, corruzione, invidia e perfidia sono all’ordine del giorno, timbrano il cartellino come normali impiegati quotidianamente.

Colin è anche capace di ritagliarsi avventure extraconiugali numerose, come l’ultima, con una studentessa ventenne, Denise, che si è innamorata follemente di lui. Piace alle donne, a lui piace piacere. Ma continuava comunque questo legame insolito con la moglie, per mantenere la famiglia, composta oltre a Megan dalle due scafate figlie Jill e Hazel, due adolescenti cui non puoi nascondere oramai più nulla, anzi. Sono due sfibranti, perpetue, petulanti accusatrici.

Chi mai poteva avere l’interesse ad accoltellare Megan, donna disinibita, ancora bella ed oramai decisa a lasciare Colin per un altro polizotto, Tambo?

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