Fare delle analisi, si sa, mira ad esssere obiettivi, a rendere conto di un risultato che sia il più oggettivo possibile. Ma non mi interessa. Magari sarò parziale, elitario qualcuno dice, ma che me ne fotte. Per l’ennesima volta ho avuto la conferma dello stato abietto in cui si trova l’Italia ed in particolare il senso critico, la cultura intesa in senso lato, ovvero la capacità di filtare, ragionare, avere un minimo di coscienza e personalità e non apparire solo pecora. Per l’ennesima. La disinformazione totale mette i brividi. Sta crollando Pompei, vale a dire un reperto archeologico che ha duemila anni o quasi, nessuno denuncia alla corte dei Conti i responsabili di fantomatici Ministeri a Monza mai in funzione ma con tanto di inaugurazione, il processo Mills va in prescrizone. ma noi andiamo in libreria a comprare Bruno Vespa e ci sorbiamo treni regionali in decomposizione e, last but not least, le scenate indegne delle corporazioni.
Lasciamo perdere ciò che leggo su Facebook. È fenomeno di massa, ciascuno lo usa come meglio crede, a volte denota solo un senso di solitudine e disperazione estremo se ciascuno necessita di informarci in quale via di Roma sia oppure se sta stirando o cambiando il pannolino al figlio. Diventa cioé legge la metafora di Andy Warhol, o chi per lui, uno che sapeva stare al centro dell’attenzione al di là di giudizi estetici, cui si attribuisce la frase “Prima o poi tutti hanno il loro quarto d’ora di notorietà” che adesso invece è molto più rapida e meno efficace, bastano un centinaio di click, visibilità praecox, un solo orgasmo e poi via, alla prossima condivisione.
Mi riferisco ad altro. All’enorme impatto massmediatico del drammatico ed increscioso disastro successo sulle coste dell’isola del Giglio lo scorso 13 gennaio, che ha dato vita ad una pazza ricerca di colpevoli e innocenti, cercando di colmare il disperato bisogno di icone, eroi e emblemi del male di cui ciascuno ha bisogno. E allora si mette alla gogna Schettino (vedremo poi se sarà e quanto colevole) si raccontano le storie eroiche e commoventi di un naufragio e ci si dimentica del resto, per esempio dell’assurdità e del fanatismo fatto di interessi economici che anima alcune caste made in Italy. Il male, ragazzi, è strutturale, non contigente. Perché la casta non è solo la politica, anzi. La politica semplicemente intrallazza favorendo questa o quella corporazione italiota. Pensateci un attimo. Il governo attuale, retto della professor Monti e che a me non piace ma devo digerire, liberalizza l’apertura delle farmacie, aumenta la possibilità di aprirle, elimina o attenua l’importanza di ordini professionali (caste vere e proprie) come quello degli avvocati ed elimina le restrizioni sulle tariffe. E farmacisti e avvocati che fanno? indicono uno SCIOPERO. Come gli operai della Fiat vicini al licenziamento, come tutti quelli che stanno perdendo il lavoro oppure chiudono l’azienda strangolati da debiti, Equitalia o strozzini. Come quei due pugliesi morti da poco sulla spiaggia, indigenti. Caste. Come quello dell’editoria italiana (il mio amico Gianfranco Franchi ne sa di più, come dirò poi parlando del suo libro “L’arte del piano B” ). Come quello della critica letteraria internazionale di destra o di sinistra, che una decina di giorni fa si alimentava di egocentrismo e lamentava su Repubblica del fatto che nessuno li legge più e non incarnano più nulla se non sé stessi per colpa dei blogger che mettono in rete recensioni fai da te senza ordine o logica. Ma se la gente li legge, un motivo ci sarà, miei cari pennivendoli. vi siete venduti l’anima e poi vi lamentate che la gente preferisce il fai da te? Incredibile, degno di Kafka. Che peraltro fra i tanti fu lungimirante. Ha scritto l’emblema del senso di colpa che ci attenaglia (“Il processo”), su quando l’apparire trionfa sull’essere (“La metamorfosi”) e su come la burocrazia ci strangola (“Il castello”). Lungimirante molto più di pseudo socialisti piccolo borghesi, ha annunciato profezie quantomeno veritiere all’inizio del Novecento.
Ecco. Kafka. Uno scrittore, come molti altri. Meglio leggere un libro. nessuna indifferenza o qualunquismo, ma voglia di conoscere e capire.


se ognuno di noi leggesse un libro in più, se i genitori leggessero libri ai loro bambini, se la scuola facesse vedere il bello dei libri, forse l?italia sarebbe migliore.
“Mamma leggi” è una delle più belle frasi di mio figlio, non smetterò mai di leggere, per me e per lui.
Nel nostro piccolo possiamo solo dare il buon esempio e non comprare il libro di Vespa, ma il tuo, quello di Franchi, di Martello o di altri amici che non hanno l’appoggio della casta… Presente
leggere è crescere, conservare, pensare ad un futuro migliore. Franchi da anni combatte una battaglia coraggiosa e prima o poi riuscirà, ne sono sicuro. Io tutto sommato sono alle prime armi. Benvenuta su queste pagine
Sì, sono io, proprio quel sgtpippo lì: ogni tanto passo,leggo, ma non commento mai. Qui sono d’accordo un po’ sì e un po’ no, ma non è questo il punto. Il punto è il lapsus freudiano di associare a Schettino l’errore di battitura “colevole”: ho sorriso.