Può esistere un rapporto fisico con la scrittura?
Ovvero l’estro, l’ingegno o il talento che dir si voglia possono richiedere al loro fortunato possessore un corrispettivo di natura fisica fino addirittura a sotterrare il colore della felicità e la soddisfazione che nascono spontanee ad opera compiuta?
“La sedia” di Stefano Bresciani è uscito nel 2007 ma è stato scritto svariati anni prima, in pochi giorni ma densi di ispirazione. E’ pubblicato dalle curate edizioni della piccola e vivace casa editrice Rupe Mutevole e nel contenuto metaforizza questo forse poco dibattuto aspetto della creazione artistica: il rapporto tra lo scrittore e la pagina bianca. Non è una relazione facile e nemmeno sempre uguale. Con certe pagine si parla, con altre si ragiona, con alcune si scherza o si ride con altre ci si incazza. Con molte ci si fa sesso. Vivido, rapido, pulito.
Non parliamo insomma delle mere incertezze psicologiche e dei dilemmi che qualunque artista si trova ad affrontare allorché si accinge all’opera, talvolta peraltro di natura leziosa e prettamente autoreferenziale. Bensì di quel dazio da pagare, come in un parto, quando si fa letteralmente “nascere” qualcosa che prima non c’era. “Lui (…) aveva avuto il vero Dono Maledetto, l’ispirazione inspiegabile e feroce, non mangiare non bere non vivere solo scrivere e dolore, scrivere e dolore”. Con stile sobrio e curato, irrorato piacevolmente dai sapienti passaggi ironici che alleggeriscono la tensione e rendono più sapida la narrazione, Stefano Bresciani regala un buon esordio narrativo, che probabilmente non avrà seguito. Per sua stessa affermazione. Anche perché lui ormai si diletta con passione in recensioni cinematografiche apprezzate nel web, suadenti e competenti, scritte purtroppo solo per hobby perché anche il mondo della critica ufficiale e non solo quello dell’arte è sordo alle capacità e molto sensibile alle raccomandazioni e alle caste intoccabili.
Il racconto lungo è un buon esempio contemporaneo della classica gothic novel che furoreggiò in Europa e negli Stati Uniti all’inizio dell’ottocento e che ebbe svariate e talvolta riuscite riprese in ambito moderno e postmoderno. Genere fantastico, storia dai risvolti tenebrosi, un po’ Poe e un po’ Henry James versione narrativa fantastica. Due anonimi vicini di casa vengono casualmente a contatto. Tra loro non si instaurerà una amicizia classica, ma un forte e tenace legame psicologico ed emotivo. E le vita del tormentato aspirante scrittore Sabas e dell’anonimo, impiegatizio io narrante, solitario per scelta, compassato e riservato per natura, non saranno più le stesse. “La maledizione di scrivere. Conoscevo un tizio, tempo fa, che me ne parlava sempre”. Forse anche King, l’acclarato maestro dell’horror del Maine, quello di “Misery non deve morire” avrebbe letto questo racconto con interesse. Chiediamo un paio di cose a Stefano.
Come nasce e come cresce questo tuo primo libro?
Nasce per caso, al termine di vicissitudini troppo lunghe e noiose da elencare. Basterà sapere che la sua pubblicazione è avvenuta dopo circa nove anni dal momento in cui il racconto fu spedito, peraltro a mia insaputa, ad un’agenzia letteraria divenuta poi casa editrice.
Come è stato il tuo rapporto con l’editore e che ne pensi dell’editoria italiana?
Dell’editoria italiana penso il peggio possibile, però il mio infimo punto di vista non pretende di essere depositario di alcuna verità, né di immolare facili vittime sull’altare dell’ambizione grafomane. Vale per l’editoria ciò che vale per quasi tutti gli altri rami imprenditoriali italiani: un difficile accesso al credito per tutti obbliga i soggetti seri a soffrire e scomparire, e quelli meno seri a proliferare in un sottobosco oscuro e fittissimo. Sul mio editore posso dire poco, se non che mi ritengo fortunato a non aver dovuto spendere nient’altro che il mio tempo per vedere qualcosa scritto da me tramutato in un libro con tanto di codice ISBN e prezzo stampato sopra.
Che ruolo può avere la letteratura nell’epoca internettiana?
Oppure quale internet nell’epoca crepuscolare della letteratura di massa? Secondo me, e l’esperienza di “Sconclusioni” è lì a dimostrarlo, chi avrà abbastanza coraggio da credere nel proprio talento e abbastanza volontà da promuoverlo, potrà con più facilità di prima arrivare a pubblicare un libro o più libri. Il prezzo di questa maggiore libertà verrà naturalmente pagato dalla polverizzazione del pubblico che a questi libri avrà accesso. Dunque: molta più facilità di pubblicare per un numero molto più esiguo di lettori.
Pensi di scrivere un nuovo romanzo?
No. Mi vengono solo titoli di romanzi, mai romanzi. Bella forza, direte. Infatti.


Ah, il Bresciani. Ho amato moltissimo questo libro, talmente interessante e asciutto da non sembrar manco scritto da un italiano. E’ affascinante il suo autore, penso che sia uno degli uomini più ìntriganti che abbia incrociato in rete negli ultimi anni. Adoro il suo essere giocoliere di lemmi, ballerino di soluzioni lessicali e di voli verbali. Bresciani è un mistero insondabile: quando credi di averlo incasellato ti stupisce con un coup de theatre che rimescola le carte sul tavolo. Lo recensirò appena la mia vita sarà normale. Se Stefano passasse di qua lascio un abbraccio
se dico brest ho fatto centro?