Paolo Pappatà scrittore suo malgrado e webwriter per necessità, è nato a Roma nel 1970. Da anni sfoga la sua grafomania in alcuni siti con il nickname Baol70(Lankelot.eu, Ciao.it fra gli altri). Nel settembre 2009 è uscita la sua prima raccolta di racconti, "Sconclusioni". Per ora, oltre a scrivere, legge.

Letture: io e “Una questione privata” di Fenoglio

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Freddo a volte. Ma poi fango. E sentieri scoscesi, salite impervie e discese insidiose.
Con questa rabbia che ti morde il cervello, questa passione che non ti riscalda il cuore ma ti mangia i pensieri e si digerisce la ragione.
E quante sigarette che si spezzano, trafitte dalla pioggia o fragili nelle cadute nel fango, anche se sono di marca inglese, una rarità in questi tempi bui e dannati, che dureranno ancora poco, ma quanto basta a solcare divisioni e a inondare di sangue questa terra sì generosa, ma aspra e nuda. E segneranno la storia queste guerre, sappiatelo, fino ad oggi.
Eccoci ci siamo. E’ il 1944 più o meno, l’amletico ed anglofilo Milton, partigiano badogliano, è in piena guerra, lì nelle Langhe piemontesi. Ma non sono i fascisti in pianura a rappresentare il nemico. E’ il fantasma affatto evanescente di un amore perduto che lo strazia e dilania e. Come si può fare a guarire questa ferita?
E non ci sarà umidità, moschetto o colpo di tosse che può arrestare quello che lui ha, quello che lui è, quello che lui vuole
Verità forse, magari augurandosi che tutto fosse solo una grande bugia. Bisogna combattere e non conta quale battaglia sia. Anche se invece. Milton ha saputo, Fulvia ha tradito, anzi Fulvia non ha mantenuto il suo cuore intatto e il suo corpo pudico e con Giorgio ha continuato. Fino a dove e fino a quando non si sa, forse fino adesso.
E gira voce che Giorgio l’abbiano beccato i neri e che Fulvia sia lontano, a Torino, o forse no, magari mero oggetto di piacere in qualche agorà dei gerarchi al potere, sis a come vanno le cose, non c’è più giustizia, se mai ci fosse stata, nei sentimenti e nel sentire.
Non rimane che cercare Giorgio, costi quel che costi. Scendere in pianura ed affrontarlo da uomo a uomo. Basterà uno sguardo, un cenno con la mano e tutto finalmente sarebbe più chiaro, quasi luminoso in questo tetro paesaggio fustigato dalla pioggia.
E se Milton si fosse inventato tutto? E se qualcuno gli avesse solo ventilato una mera e friabile ipotesi? Sapete come va, è difficile dire la verità, figuriamoci in guerra. E peraltro questa è una guerra che non finirà qui, dura fino ai nostri giorni, voltatevi, il nemico è sempre alle spalle, insomma che fare?
Fulvia non c’è.
Se Milton avesse frainteso, avesse ceduto alle languide ed insidiose effusioni della paranoia amorosa?
Chi lo sa. C’è un odio li d’intorno. E morti, fucilazioni, tradimenti ed imboscate. E piove. E la nebbia delle Langhe corre a coprire piccole e grandi tragedie, per nascondere al mondo gll invisibili ma solidi mattoni che costituiscono i muri di una tragedia a carattere planetario.
Milton deve sapere.
Milton non si può arrestare.
E non c’è guerra che tenga, plotone armato che intimorisca, rifugio partigiano che ingombri, disciplina pseudo militare che freni.
E a farti compagnia solo solitudine, rabbia, angoscioso dubbio e paura di non riuscire a sapere.

Scritto e riscritto senza essere portato a compimento, con veemenza ed efferati ripensamenti tra il 1961 e il 1963 da Giuseppe Fenoglio, poco prima dunque della sua morte, è probabilmente uno dei più cruenti e veritieri romanzi che cercano di dipingere la cosiddetta epopea partigiana nelle terre del nord senza sprofondare nella melma della celebrazione, dell’esaltazione dell’ epopea,  ponendo al centro il dramma passionale di un solo uomo sullo sfondo di una natura ostile e non cedendo un millimetro al facile sillogismo che troppo spesso permeò la narrativa post resistenziale, ma anzi dando spazio e nutrimento a riflessioni di carattere più ampio.
Una storia che ti si avvinghia dentro, con uno stile che risente della cultura anglofona di Fenoglio, con frasi rapide e secche e gesti di sapore hemingwayano che tuttavia non arrivano mai ad essere una parodia o una dissonante citazione d’autore.
Un gelo ed un disagio che via via si fanno forti, chiari, quasi limpidi anche tra i meandri del dubbio, in un atmosfera dove crudeltà, speranza,sangue e fame affrescano a tinte fervide quell”oscuro oggetto del desiderio che gli uomini chiamano guerra.
Frutto di tre stesure e al centro di una diatriba contrattuale fra Garzanti ed Einaudi, questo romanzo sa di non sapere e mostra quello che è. Un amore che forse non è stato mai detto o amato e dunque il destino farà la sua corsa fino a quando ci sdraieremo leopardianamente sul prato. A mirar le stelle e questo infinito cielo che non finisce mai.

Senza ombra di mio dubbio meritevole di assurgere a uno dei classici della nostra prosa novecentesca. Per stile, per contenuti, per modalità e punto di vista di esposizione di tematiche che troppo spesso, in altri, sono rimaste impaludate nella memorialistica o nella mera retorica.  



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