Una Cagliari suburbana e stralunata. Stranamente diversa e dai diversi sapori, come città sarda, almeno da come ho letto io di recente un brillante narratore come Soriga, conterraneo dell’autore, nel suo romanzo ”Sardinia blues”. Una vita notturna quantomai formicolante di bizzarri personaggi, nefasti accadimenti, improvvisi colpi di scena.
Ragazzi di oggi, certo, divisi tra il fare ed il poter fare, senza niente e con tutto davanti oppure alle spalle, costantemente sull’orlo di una crisi di nervi, emotivamente a pezzi nel loro non sapere o non poter affrontare la vita così come sognavano, così come aspiravano. E donne mantide ovunque, dedite in modo maniacale al sesso acrobatico oppure all’accoppiamento fine a sé stesso, quello di comodo, per così dire. Il tutto condito da un umore inquieto e insofferente, con continue citazioni cinematografiche, esplicite o implicite, horror di serie b come action movie oppure i deliri irriverenti e dai risvolti epocal-geniali di di Quentin Tarantino. Romanzo difficilmente ascrivibile a questo o quel genere, con una scrittura non volitiva ma sceneggiante, non immersa o completamente assuefatta al ritmo ma talvolta dedita a digressioni di carattere ora personale ora generazionale, da Internet al telefonino, mentre i fatti continuano a macinare cause, effetti, concause. Insomma, la Cagliari di Ruggeri. A volte pulp, a volte noir. Ce la farà questo portapizza forse sfigato, a vincere l’indifferenza e la casualità del caso? Ad libitum…
Questi in sintesi i temi che più mi hanno toccato durante la lettura di “Il portapizza”, edizioni Lulu.com, secondo romanzo del giovane scrittore cagliaritano Simone Alli Ruggeri, classe 1976, con cui scambiamo quattro chiacchiere per parlare della sua opera e di quello che ci viene in mente
D: Come nasce e come cresce “Il portapizza”?
R: “Il portapizza” nasce sulla strada, a bordo di un pandino blu elettrico in uno dei momenti più difficili della mia vita. Non è un romanzo autobiografico e non vuole raccontare una storia vera, ma come sempre, si finisce per scrivere di quello che si conosce!
“Il portapizza”, prima che un romanzo, è un lavoro strano. Sembra anche strano considerarlo un lavoro. Non perché non sia faticoso, ma perché lo fai quasi sempre perché hai altri progetti per la testa e faresti qualsiasi cosa per sopravvivere, ma che non ti assorba troppo tempo e troppe energie. Una volta che ci sei dentro, avviene il miracolo: impari qualcosa. Vorresti farlo solo per quei due soldi e per dedicarti alle cose che ritieni più importanti per la tua vita, invece impari a conoscere le persone, le loro case, la città in cui da sempre hai vissuto ma che all’improvviso ti si apre davanti in un ipercubo di appartamenti e scale e ascensori e giardinetti condominiali in cui non si riesce mai a trovare quel dannato apriporta e ti rendi già conto che dovrai scavalcare il cancello… dov’ero rimasto? Ah sì! Prima che te ne renda conto, sei già cambiato.

- Simone Alli Ruggeri
Il concetto stesso di successo, di essere “arrivati”, il dividere il mondo in vincenti e perdenti e poi fare di tutto per stare dalla parte dei più forti, tutto questo un giorno ti viene a noia e ti rendi conto che ti è stato inculcato, che tu non hai bisogno di etichette e di status symbol. Il portapizza agli occhi del mondo è decisamente un perdente. Non si merita nemmeno un nome durante tutto il romanzo e non fa che prendere pugni e calci e insulti. È disprezzato per il suo lavoro e per la sua carriera universitaria, non ha un soldo, è drammaticamente solo, eppure è l’unico di tutti i personaggi che in un modo o nell’altro non deve venire a patti con la sua coscienza. Sfancula tutto e tutti e se ne va per la sua strada a testa alta.
D: in cosa è uguale e cosa differisce dal tuo primo romanzo?
R: Il mio romanzo d’esordio ha avuto una gestazione lunga e difficile e francamente il giorno in cui l’editore ha deciso di metterlo fuori catalogo, ho tirato un sospiro di sollievo! Intendiamoci, questa dello scrivere è sempre stata la mia passione. Ero il compagnetto nerd che fin dalle elementari scriveva temi lunghi e divertenti e la maestra li leggeva a voce alta a tutta la classe. Così alle medie e alle superiori. Erano anni che ce l’avevo in cantiere, ma si è sviluppato un po’ alla cieca, senza una meta precisa. Era più la concretizzazione del mio desiderio di scrivere un libro, solo per il gusto di tenerlo fra le mani. Alla fine non riuscivo bene a inquadrarlo, ma sapevo che era leggibile e all’editore è piaciuto, quindi si è stampato. Fine della storia! Il portapizza è nato come progetto artistico. Non deciso a tavolino, ma nemmeno completamente senza regole come il suo predecessore. Sentivo di avere qualcosa di importante da dire e delle emozioni che troppo a lungo mi ero portato dentro senza trovare un modo e un’occasione per esprimerle e liberarmene. Mi ha fatto bene scriverlo, mi soddisfa il libro stampato, credo nel messaggio… è la concretizzazione del motivo per cui scrivo.
D: Perchè scegliere come editore Lulu.com?
R: Lulu è stata una scelta sofferta, perché io con gli editori ho sempre avuto un ottimo rapporto! Di Salvo mi ha accolto a braccia aperte ed era più convinto lui della validità del romanzo che io. “Il portapizza” doveva conoscere due o tre scaglioni di spedizione. Avevo selezionato una trentina di case editrici e avrei spedito un po’ di stampe man mano che avessi avuto un po’ di soldi a disposizione. Per il primo giro avevo selezionato una decina delle migliori. Soldi buttati, pensavo, ma sognare è gratis o – in questo caso – costa poco! Mi ha risposto uno di quelli, dopo un periodo relativamente breve: Mursia. Mi hanno chiesto se sarei stato disponibile ad apportare alcune modifiche e mi hanno assegnato un editor con cui lavorare via e-mail alla stesura del testo definitivo. Poi il progetto è andato a monte per motivi interni alla casa editrice. É stato bello finché è durato, ma fra la spedizione e il tira e molla per l’editing, se n’erano andati quasi due anni! Così un giorno mi sono guardato allo specchio e mi sono chiesto “perché ho scritto questo libro?” e la risposta non era né “per farci una barca di soldi”, né “per fregiarmi di un editore altisonante in copertina”. La risposta era sempre la stessa: volevo che il libro fosse facilmente reperibile. Lulu mi ha permesso di stampare libri molto ben rifiniti senza spenderci un patrimonio. Mi ha permesso di avere un ISBN aggratis, mi ha permesso di essere distribuito nelle librerie online di tutto il mondo e mi ha dato una paginetta in cui è possibile scaricare il mio romanzo tutto intero e senza pagare o far pagare un centesimo. Quello che non mi ha soddisfatto è che il libro per essere facilmente vendibile, doveva costare tra gli 8,00 e i 9,90 euro. Ne costava 12 e adesso che ho scelto il formato pocket (molto più carino, ma per un motivo sconosciuto un po’ più caro da stampare), ne costa 14,00! A questo si aggiungono ulteriori 5 euro per le spese di spedizione. 19 euro cominciano a essere troppi, ma ci sono modi molto più stupidi per sprecare 19 euro… per tutti gli altri c’è il pdf gratuito! Inoltre è possibile trovare alcune copie stampate in libreria a 12 euro e negli ipermercati Auchan a 10,50. Per non parlare di qualche copia in bookcrossing che sta girando per l’Italia.
D: Che spazio ha l’attività letteraria nel mondo internetteniano di oggi?
R: Internet è un circo. Un’arena illimitata in cui tutto può succedere, ma alla fine non succede niente. La gente continua a preferire i libri stampati, snobba un po’ gli ebook per quanto gratuiti. Sarà che un ebook reader a prezzi ragionevoli ancora non esiste. Magari quando spunterà un supporto decente e si affermeranno degli standard, gli ebook diventeranno come l’mp3 per il mercato discografico o il divx per quello cinematografico. Allora gli editori grideranno allo scandalo, e invocheranno il diritto d’autore. Io continuerò a fare quello che faccio ora: scrivere per il gusto di farlo, a costo di non guadagnarci un centesimo. Però magari sembrerò meno strano!
Inoltre la rete ci sta abituando a un diverso tipo di lettura e di apprendimento. Un motore di ricerca può darci una risposta immediata, esauriente ed esaustiva a qualsiasi quesito ci venga in mente. I blog rappresentano una marea di commenti e opinioni su qualsiasi fatto, immagine o personaggio esistente, esistito o di fantasia. A volte sembra che si avvicini sempre più il giorno in cui finiranno le combinazioni di parole e dovremo esprimerci solo a citazioni. Chiaramente scherzo, però è vero che essere iper-stimolati, ci rende frettolosi e forse un po’ superficiali. Lo dico perché mi capita spesso di leggere un post un po’ troppo lungo e lasciarlo a metà per passare ad altro, oppure di leggere una pagina della wikipedia e scorrere verso il paragrafo che mi interessa solo per mancanza di tempo. Questo stesso post rischia di essere troppo lungo! …e poi magari il futuro della letteratura sono gli sms. V lovo tt – il new lbr d Smn Rgg! A parte Internet che è un mercato imprevedibile, trovo che quelli che ancora tengono più testa siano i mass media classici: radio, televisione e cinema ci hanno dimostrato che per fare breccia nel cuore di tanta gente, non serve scrivere un buon romanzo o farlo con entusiasmo, ma piuttosto conviene puntare su una campagna pubblicitaria imponente. Senza il bombardamento pubblicitario, Moccia non esisterebbe, Rowling si sarebbe fermata al secondo Harry Potter e Tolkien sarebbe solo un nome sui libri di letteratura inglese. Questo da un lato è positivo perché ha avvicinato tante persone alla lettura, soprattutto i più giovani, ma dall’altro lato dà troppo potere a tutti quegli intermediari che col romanzo in sé non hanno nulla a che fare.
D: Che rapporto hai con il tuo territorio in questa era globalizzata?
R: Trovo che più che la globalizzazione, sia l’urbanizzazione a creare lo scenario delle nostre vite. Siamo prima di tutto automobilisti. Prima ancora che cittadini di questi luoghi inospitali che chiamiamo città. Abitiamo in cubicoli di cemento che nella migliore delle ipotesi ci costano 30 anni di lavoro. Soffriamo di depressione e mancanza di tempo, ma magari ci sediamo un’oretta in stato catatonico davanti a una televisione sintonizzata su un reality. Sogniamo che venga Milly Carlucci a casa nostra a portarci il brodo in bottiglia. Il brodo! In bottiglia!!! Aiuto, mi sto grillizzando! Comunque per fortuna abito in Sardegna, dove la continuità territoriale esiste solo sulla carta, accogliamo i rifiuti delle altre regioni, produciamo il triplo dell’energia elettrica che consumiamo, abbiamo centrali eoliche in aumento e fra poco anche nucleari. Insomma ci girano le pale! Però è anche vero che da queste parti le novità arrivano più tardi e questo spesso è un bene. Cagliari è un paese troppo cresciuto, ma praticamente un paese. I ritmi sono lenti, il traffico accettabile… ci si può ancora vivere in questa regione! “Il portapizza” si muove in questa versione di Cagliari immaginaria, molto pulp, grigia, buia e minacciosa, che di fatto non esiste.
D: Progetti futuri?
R: Tutto può succedere! Sicuramente un altro romanzo, una raccolta di poesie e poi si vedrà…

