“Il libro di Pappatà è una raccolta di racconti scritti in tempi diversi, il primo risale al ’95, ma leggendoli ci si renderà conto che nulla osta a definirlo un romanzo vero e proprio. C’è infatti un filo conduttore invisibile che lega le storie di questa pluralità di piccoli universi nascenti dalla sua penna. I protagonisti che popolano questi universi sono giovani, giovani comuni, un po’ sconclusionati, un po’ insofferenti.
Forse non sono i giovani che sognano di fare le veline o le letterine o i letterini in qualche programma televisivo, son giovani di un’altra generazione. Sono giovani insofferenti di inizio secolo. Che sognano e, a quanto pare, lo fanno pure spesso.
Sognano di ribellarsi, di denudarsi in un parco, fumandosi tranquillamente una sigaretta, organizzano, senza mai realizzarle, rivoluzioni anarcoidi. Nel loro cassetto di sogni di libertà abortiti hanno riposto ben 18 progetti eversivi che, per un motivo o per un altro, sono sfumati.
Essi si spingono anche oltre: vogliono rubare la luna, regalandoci così, alla fine del libro una sorta di riscatto o speranza. Gianni e i suoi amici, vivono quasi sospesi, trasportandosi un fardello di inquietudine, o meglio di malinconitudine, in un mondo in cui tutto scorre, avendo, spesso, la sensazione di essere immobili e, tendono, le mani verso qualcosa, di non ben definito (forse perché senza nome), che non riescono mai ad afferrare. E sentono, continuamente, di essere inseguiti forse dallo scorrere del tempo forse da quelle visioni oniriche che non riescono a tramutarsi in tangibili realtà. Forse. Forse entrambe le cose o forse nessuna della due. Tutto è un forse.
Appaiono spesso in questo romanzo dei profili di uomini e donne che, affacciati finestre e vedono questa Suburbia Sud.
Una città ai margini, una città limbale, con il giallo opaco e ammuffito delle sue case,con le sue ringhiere arrugginite, con il suo silenzio, spesso rumoroso. Suburbia appartiene un po’ a tutti noi, è come se tutti, avessimo stipulato un contratto di locazione per viverci. Tutti, in un modo o in un altro, siamo i suoi inquilini.
Suburbia Sud ci regala una realtà grigia, sfumata, caliginosa, è una città immobile i cui confini non sono ben marcati, è come se rispecchiasse i pensieri anch’essi sfumati. Fino a divenire
più che un’entità geografica quasi un luogo della mente. E’ una città, come dice Paolo, senza un briciolo di prosa né un briciolo di poesia, dove il tempo scorre, il passato non passa e il presente si assenta. E nella quale si dipanano storie, piccole storie, di amori che, spesso, finiscono, di amicizia, di partite sempre perse di biliardo accompagnate da sorsate di birra. Il tutto impregnato dal velo della malinconitudine.
Il racconto intitolato “L’amo l’esca e di altro sul pescare” parla di un abbandono, che risulta scandito, nella mente di Sandro, dallo stillicidio del cronometrico conteggio dei giorni, delle ore, dei minuti e dei secondi che lo tengono lontano dalla sua Clara. Clara si trasfigura in Amore, quello di tutti. Quell’Amore che sembrava una storia importante quell’amore finito con un bacio lanciato in aria e una porta che si chiude alle spalle per sempre. Perché tutto può finire, è cosa risaputa e di fatto tutto finisce, anche i sentimenti. C’è in questo una sorta di passiva accettazione da parte di Sandro, una mancanza di lotta, perché sa che tutto è effimero. Fine di una storia che, però, non impedisce comunque a Clara di ricomparire e di inserirsi nella vita di Sandro sotto forma di pensiero o anche monito , per guidare, commentare le azioni di Sandro, come se Clara fosse una sorta di mentore che guida e spesso detta regole pur nella sua assenza. Le donne di Pappatà sono donne forti, volitive, decise, un po’ ciniche che hanno la capacità di trasportare e trascinare questi uomini al di là, addirittura oltre il mondo.
Sono donne che, come Jey Blonde, sorridono senza mai sorridere. Sono crude ma anche insostituibili. Hanno la capacità di condurre per mano gli uomini, di inalare soffi vitali, di rimettere in vita chi non aveva ancora capito o scordato di vivere e di abbandonarli. Lo stile di Pappatà, invece, è essenziale, incisivo, minimalista. L’uso non usuale della punteggiatura rende la sua scrittura vitale e vivace. Ha la straordinaria capacità di giocare con le parole, un vero e proprio giocoliere che, abilmente, le fa roteare, rimbalzare, girare e le interrompe bruscamente non per creare strappi, ma per spiegare concetti, silenzi emozioni. E’ un abile enigmista che si prodiga nella difficile tecnica della sciarada generando neologismi come malinconitudine e casalinghidutine. E in un mondo forse troppo chiassoso, in cui tutti urlano per farsi sentire Pappatà scegli la via alternativa, nuova: comunicare, raccontare, manifestare con poche parole, ma che si rivelano sempre quelle giuste. Lui sa scegliere le parole. Le parole indispensabili. Nel suo romanzo anche uno solo punto o una frase spezzata non è mai priva di senso.”









bella giornata..ancora adesso non ho capito di cosa stessi parlando
lo so. Per questo è una bella introduzione
Molto bella e incisiva la presentazione; l’ultima parte in cui si parla più in profondità di te è pienamente condivisibile
insomma questa Argiolas promette bene
Il personaggio inquetante in piedi l’ho notato… ma ho notato di più la sua ombra
Tanta roba Baolo!
Bellissima serata, parole azzeccate, persone assolutamente interessanti. Bell’atmosfera. Peccato che la fata sia dovuta volare via così presto! A quando la prossima trasferta a Karalis?
verrei subito fata, il problema è il solito: chi vuole ospitare una presentazione gratis?
adesso ci sono anche i tagli alla cultura!
e non solo…anche l’aumento delle spese di spedizione per libri