Cantavo, facendomi la barba stamattina, assieme a quell’emme-pi-tre “L’isola che non c’è” e mi veniva in mente che ci sono un sacco di isole felici, mi riveniva in mente l’isola di Mompracem, Sandokan ed i tigrotti della Malesia, dalla forma di gatti casalinghi ma pur sempre felini, un vecchio telefilm che praticamente rappresenta il mio credo politico e tutto sommato religioso e sorridevo all’idea che questa isola forse esiste o forse no e che gli indiani di quelle parti del Borneo sono stanchi di rispondere a stempiati italiani quarantenni che no, non hanno conosciuto nessun Sandokan, quante volte bisogna ripeterlo, comprate almeno una collanina e lasciateci in pace che Mompracem non esiste.
Queste mentre d’estate i centri commerciali sono con l’aria condizionata e non senti caldo. E c’è il divieto di fumo. E c’è gente che passeggia, che compra e vende il proprio tempo al dio commercio per una redenzione accordata dal sacerdote del benessere indotto.
Quindi ho dedotto. Non c’è mattina in questa mattina. Non c’è azzurro nel cielo azzurro, non ci sono viste da vedere negli occhi che guardano, non c’è ossigeno nell’aria. Certa sensazione di incompatibilità, direi. Forse perché oggi è ancora inverno e dunque niente aria condizionata.
Ma no. Sarebbe ora di dire che siamo grandi, cresciuti, avvezzi. Insomma. Impermeabili alle umidità dell’umore. Insomma, qualcosa tipo. Forse. Magari. Può darsi.
Ho deciso di praticare un corso di scrittura intensiva.
Alla faccia di quelli che dicono che.
E anche per una certa voglia di rivincita verso quella mia professoressa di matematica al liceo, con quella sua tintura ai capelli color biondastro e grigio, la quale sosteneva “ma per favore, scrivere, di te poi”.
Così finalmente scriverò una poesia. Che parlerà di me, parlerà della mia lei, parlerà di noi. Insomma parlerà un sacco e chissà cosa dirà. Ammesso che poi occorra per forza dire. Sarebbe meglio non. A volte, penso.
Il titolo è ancora provvisorio, ma anche io sono molto poco certo ed allora sarà una scrittura realista che si affiderà alla fantasia. O a qualcosa che.
Siamo in epoca di generale manipolazione del tutto e anche del niente, riusare il possibile e anche l’impossibile per vedere se alla fine si riesce a costruire qualcosa di nuovo. In ogni caso sono in fila al semaforo, ancora tre chilometri e trecentotrentacinque metri dal mio ufficio circa.
Non sgaso con la mia utilitaria, come quello di destra con la sua jeep ammaccata sul lato e la faccia da stronzo. Insomma con una faccia da sgasatore, ecco.
Semaforo. Coda.
I pensieri dovrebbero parcheggiarsi in divieto di sosta. Magari passa qualche fantasmagorico vigile urbano, vestito da divertimento, che gli fa una multa. E poi sul verbale di contravvenzione andrebbe a motivare: parcheggiava dove non doveva. E’ vero, con il traffico dei sentimenti, con le emozioni posteggiate in doppia fila, occorrerebbe piazzare un bel cartello di zona rimozione.
Semaforo verde. Lo stronzo di destra sgasa. Quello di dietro suona, la zona rimozione rimane al palo, al semaforo rosso, anzi. Chissà se oggi l’astronave che mi fa compagnia sulla tangenziale si farà vedere.
Ve lo dirò, promesso.
****
Tratto da “Sconclusioni”, raccolta di racconti, esordio narrativo di Paolo Pappatà. PER ACQUISTARLO


Il mio tigrotto di mompracen fa le fusa mentre ti leggo, come sempre.