Correva, come tanti suoi fratelli, nemmeno più veloce di altri. Semplicemente, come tutti gli anni, era imprendibile, anche se come al solito, vecchio difetto degli anni del tempo, s’era impigliato in un lungo e rigido inverno e sembrava non riuscirsene a liberare. Nico mi guardava, da dietro i suoi occhiali piccoli e sporchi, poggiato scomodamente sul sedile della mia utilitaria, con gli occhi rossi dalla stanchezza.
–Sono le tre, che vogliamo fare?
Lo guardai con un timido sorriso, tanto non valeva la pena rispondere. L’indomani era pure una giornata lavorativa ed almeno io mi sarei comunque dovuto svegliare alle sette massimo le sette e trenta.
Nico ancora studiava all’università, e sugli orari poteva essere un po’ più elastico, bastava che stesse attento a non tenderlo troppo e a spezzarlo. Io invece dovevo andare a lavorare in ufficio, mica cazzi. In ufficio se non ero attento e vigile, mi fottevano in un microsecondo. Accertata la mia mancanza usuale di decisione, Nico aspettò un altro po’, tirò una boccata dalla sua sigaretta, sillabandosi in silenzio pensieri dentro la testa, da bravo filosofo quale era.
Poi espresse la sua massima tradizionale:
–Ok, ho capito. Portami a casa e semmai ci vediamo domani.
Diedi un accelerata lieve al gas della macchina, quasi di liberazione. Nico aprì il finestrino, e gettò il mozzicone di sigaretta ancora acceso.
–Però domani, che cazzo, inventiamoci qualcosa, che così non si sopporta.
–Eh? E con chi te la vuoi prendere? La colpa è la nostra. Per esempio, è appena uscito un film italiano fatto da un bravo regista giovane. E’ la storia di un trentenne quasi normale, che ha quasi tutto ma all’improvviso si butta in una avventura per evadere… e così, fa un disastro, solo per vedere se c’è qualcosa di più o di meno, tanto per vedere e rischiare e allora poi…
–Eh, la tua malattia fa progressi, ormai sei incurabile. Da quando in qua ti sei messo a fare film e soprattutto da quando in qua i tuoi film li proiettano al cinema?
Non risi affatto a quella uscita, anzi.
I miei amici mi dicevano sempre che ero malato. Di una malattia in alcune particolari stagioni anche contagiosa. Si chiamava malinconitudine.
E nessuno l’aveva ancora contratta tranne me.
Loro non volevano contrarla.
Decisi allora che era il caso di accendermi una sigaretta.
E soprattutto, la prossima volta che andavo a giocare a biliardo insieme con Nico contro Blak Velvet e suo cugino, dovevo impegnarmi di più per permetterci una vittoria importante. Altrimenti, al ritorno, Nico era insopportabile e mi guastava il gusto di accendermi la sigaretta a cinque minuti da casa. In quel mondo di guerre fatte di pace, di lavori fatti di disoccupazione, di sentimenti catatonici e di automobili catalitiche, di ambizioni paralitiche e di cibi inquinati, bisognava almeno vincere, una volta, una partita. Altrimenti, rimaneva solo il cinema. E al cinema non riuscivamo ad andare mai, nonostante che a volte la vita, senza essere in un film, pareva roba per attori.
Il fatto era che le cose continuavano a finire, e noi cercavamo ancora, disperatamente, di non volerlo capire.
Correva l’anno ****. Correva, come tanti suoi fratelli, nemmeno più veloce di altri. Semplicemente, come tutti gli anni, era imprendibile, anche se come al solito, vecchio difetto degli anni del tempo, s’era impigliato in un lungo e rigido inverno e sembrava non riuscirsene a liberare. Nico mi guardava, da dietro i suoi occhiali piccoli e sporchi, poggiato scomodamente sul sedile della mia utilitaria, con gli occhi rossi dalla stanchezza.
–Sono le tre, che vogliamo fare?
Lo guardai con un timido sorriso, tanto non valeva la pena rispondere. L’indomani era pure una giornata lavorativa ed almeno io mi sarei comunque dovuto svegliare alle sette massimo le sette e trenta. Nico ancora studiava all’università, e sugli orari poteva essere un po’ più elastico, bastava che stesse attento a non tenderlo troppo e a spezzarlo. Io invece dovevo andare a lavorare in ufficio, mica cazzi. In ufficio se non ero attento e vigile, mi fottevano in un microsecondo. Accertata la mia mancanza usuale di decisione, Nico aspettò un altro po’, tirò una boccata dalla sua sigaretta, sillabandosi in silenzio pensieri dentro la testa, da bravo filosofo quale era.
Poi espresse la sua massima tradizionale: –Ok, ho capito. Portami a casa e semmai ci vediamo domani.
Diedi un accelerata lieve al gas della macchina, quasi di liberazione. Nico aprì il finestrino, e gettò il mozzicone di sigaretta ancora acceso.
–Però domani, che cazzo, inventiamoci qualcosa, che così non si sopporta.
–Eh? E con chi te la vuoi prendere? La colpa è la nostra. Per esempio, è appena uscito un film italiano fatto da un bravo regista giovane. E’ la storia di un trentenne quasi normale, che ha quasi tutto ma all’improvviso si butta in una avventura per evadere… e così, fa un disastro, solo per vedere se c’è qualcosa di più o di meno, tanto per vedere e rischiare e allora poi…
–Eh, la tua malattia fa progressi, ormai sei incurabile. Da quando in qua ti sei messo a fare film e soprattutto da quando in qua i tuoi film li proiettano al cinema?
Non risi affatto a quella uscita, anzi.
I miei amici mi dicevano sempre che ero malato. Di una malattia in alcune particolari stagioni anche contagiosa. Si chiamava malinconitudine.
E nessuno l’aveva ancora contratta tranne me.
Loro non volevano contrarla.
Decisi allora che era il caso di accendermi una sigaretta.
E soprattutto, la prossima volta che andavo a giocare a biliardo insieme con Nico contro Blak Velvet e suo cugino, dovevo impegnarmi di più per permetterci una vittoria importante. Altrimenti, al ritorno, Nico era insopportabile e mi guastava il gusto di accendermi la sigaretta a cinque minuti da casa. In quel mondo di guerre fatte di pace, di lavori fatti di disoccupazione, di sentimenti catatonici e di automobili catalitiche, di ambizioni paralitiche e di cibi inquinati, bisognava almeno vincere, una volta, una partita. Altrimenti, rimaneva solo il cinema. E al cinema non riuscivamo ad andare mai, nonostante che a volte la vita, senza essere in un film, pareva roba per attori.
Il fatto era che le cose continuavano a finire, e noi cercavamo ancora, disperatamente, di non volerlo capire.



bello